Agosto 1, 2008...11:37 pm

2 agosto 1980

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Penso a tante cose in questi giorni, ma più di tutto penso a Bologna, penso al due agosto, a quella mattina di quasi trent’anni fa.

Il fatto di dirigermi un sabato mattina verso una località di vacanza partendo proprio da li mi ha fatto riprovare le stesse emozioni dei ragazzi di allora,  dentro una mattinata in cui affrontare il dolce viaggio verso il riposo e il divertimento, un viaggio mai concluso, un treno di sogni mai avverati e di aspirazioni destinate ad essere distrutte da un ipocrita crudeltà.

La stazione è stata per me sempre luogo di fascino particolare, immaginario collettivo di arrivi, partenze e   speciali sentimenti che solo questo luogo  può accogliere e presentare  in una cornice cosi variegata e ricca. Il lento movimento del treno da solo rappresenta perfettamente questa qualità, troppo solitaria l’automobile, troppo “moderno” nella sua concezione l’aereo,per un motivo o per un altro questi mezzi di trasporto non reggono il confronto col buon vecchio treno. Esso è portatore sano delle più variegate situazioni,dalle lacrime per un addio alla gioia di un ritorno.

Penso alle persone che il 2 agosto 1980 avevano finito di lavorare e potevano finalmente godersi le tanto sospirate ferie, ai ragazzi desiderosi solamente di raggiungere amici e fidanzate al mare, immaginandosi già ad oziare sulla sabbia o a ridere nelle strade della notte. Penso, in un modo o nell’altro,di non essere mai stato cosi vicino a loro: discorsi del genere possono avere il sapore del già visto, della ripetizione banale, ma sempre meglio accogliere un appello al ricordo in più magari con un po’ di noia, che una dimenticanza in più con indifferenza o pensando che sia normale.

Perché il nostro difetto maggiore in questi anni è sempre stato dimenticare troppo in fretta, lasciare troppe ferite aperte o troppi casi irrisolti alle spalle, troppi responsabili impuniti ripetendo sempre gli stessi errori senza imparare nulla dal passato e dalla storia.

Sembra facile lasciare che il tempo cancelli le ferite di chi non si è trovato coinvolto in queste situazioni senza subirne conseguenze,mentre coloro che ancora soffrono sono dimenticati, si finge non esistano più, quasi  fossero stati sotterrati anche loro dalle bombe che già condannarono i loro cari. È triste che se non siamo direttamente colpiti da certe sventure, esse siano esternamente imbalsamate da un fiume d’ipocrisia, e internamente liquidate come questioni di poco conto.

Il terrorismo di quegli anni, foraggiato dalle forze militari e dall’intelligence americana, coperti da governi-fantoccio che hanno sempre protetto chi di dovere nei processi-farsa, sembra passato, ma non è finito. E non finirà mai, non finchè vi sarà anche un solo colpevole impunito, un mandante nascosto che considera la giustizia al pari di un optional saltuario, di una prova alla serietà di cui è lecito farsi beffe.

Il più grande attentato degli ultimi cinquant’anni nel nostro paese non è uno scherzo, un’associazione segreta che vanta migliaia di iscritti in ogni zona di potere controllando la nostra libertà e negandoci ancora oggi il diritto alla verità non è una favola,cose del genere non possono essere considerati problemi da ridimensionare nell’impatto al momento della loro scoperta e da far sparire in fretta e in silenzio poi, come invece è stato fatto.

La stazione di Bologna e via Caetani a Roma sono oggi lapidi a ricordo di una repubblica ideologicamente morta, distrutta da un’accozzaglia di farabutti che da quarant’anni decidono cosa è lecito sapere e cosa no  propinandoci ipocrite lezioni morali a distanza, quando loro per decenni hanno considerato carta straccia i principi di una costituzione resa possibile dal sacrificio di pochi eroi che donarono il loro cuore per la sua nascita e la sua affermazione, non per dover constatare pochi anni dopo che niente sarebbe cambiato, che tutto sarebbe rimasto uguale.

Una rabbia sottile ma tangibile mi attraversa ripensando a quei momenti, mentre per alcuni ormai date come il 2 agosto scivolano via senza reazioni, nel paese che guarda sempre avanti non perché rivolto al futuro, ma perché incapace di fare i conti col proprio passato.

Continuiamo cosi se vi pare, ignorando volontariamente che le vittorie e i diritti conquistati  un tempo si sono trasformati nelle sconfitte, nelle licenze e negli abusi perpetrati oggi.

Forse qualche nuova generazione saprà ripartire da questi errori non come fallimenti ma come esperienze da condannare, da temere e da non ripetere, forse qualcosa ripensando a tutti gli innocenti che hanno perso la vita succederà. Ma questo non vuole essere un ottimistico augurio, l’ottimismo l’ho finito riguardo a queste cose: starà solo a noi conquistarci il diritto di dire la nostra, di ribaltare ciò che non vogliamo accettare, sempre che vi sarà ancora la possibilità di farlo, sempre  che ce lo permettano ancora.

Può smettere di fregarsi le mani chi cerca di addormentare le coscienze, egli sappia che poche gocce educate al silenzio non faranno tacere il mare di una nuova gioventù assetata di verità, attenta a non essere ingannata e probabilmente vogliosa di qualcosa di nuovo, di una qualità che da molto tempo manca a chi ci comanda: la capacità di dare l’esempio.

Ore 10.25, 2 agosto 1980: riavvolgiamo ancora una volta la pellicola della nostra storia, perché il nostro futuro potrà nascere solo da qui.

 

 


2 Commenti

  • Io, per caso più che per reale volontà, c’ero stamattina alla commemorazione del 2 agosto ed in effetti ha colpito molto anche me .. Per quel che mi riguarda ci sono e in particolar modo sono d’accordo con te su un passaggio: “starà solo a noi conquistarci il diritto di dire la nostra” .. Qua nessuno regala niente e, anche coloro che si fanno portatori del nuovo, all’interno hanno una locomotiva stanca e quasi “da antiquariato”.


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