Luglio 18, 2008...9:13 pm

Bellavoglia e’ anche a Varsavia

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Bellavoglia, non appagata dal(lo scarso) successo in patria, ha deciso di raccontare qualcosa dall’estero – dove forse ha un maggior numero di estimatori/commentatori.

VARSAVIA (Polonia) – Visitare un paese estero, specialmente se questo e’ distante, piu’ in ambito culturale e sociale che geografico, e’ sempre un’esperienza notevole, interessante, stimolante. Quest’anno per me visitare la Polonia, seppure sia abituato a venirci spesso per incontrare i parenti, e’ stato davvero utile, un’occasione di confronto fra due paesi un’epoca cosi’ diversi e ora? credo di poter dire siano sempre piu’ simili, e non lo dico con felicita’; non perche’ preferisca uno all’altro, ma perche’ la diversita’ e’ sempre un valore e un pozzo da cui attingere, se ben valutata e apprezzata.

Del Paese socialista di un tempo rimane poco, e non e’ mia intenzione fare noiose digressioni sulla storia del regime. Per chi abita in uno stato, e’ ovviamente difficile vedere il suo continuo dinamismo; gia’ e’ piu’ facile per chi, come me, viene all’incirca ogni due anni; ma per vedere effettivamente un taglio netto, il taglio netto, vedere una chiara frattura, spaziale o temporale, che renda plastici questi 20 anni e’ stato necessario visitare oggi il centro di Varsavia, la capitale polacca.

Da tempo la citta’ e’ un cantiere in movimento, con nuovissimi e modernissimi grattacieli e palazzi, spesso di pregevole fattura. naturalmente fa un certo effetto vederli accostati agli antichi palazzoni popolari di epoca socialista, grigi e identici fra loro, ma nulla che una nuova pubblicita’ affissa sui viali non possa far dimenticare. costeggiamo il vecchio Palazzo della Cultura, costruito dal regime, sede di tutte le attivita’ culturali dell’epoca socialista nella capitale: enorme, imponente, inquietante e quasi tragico, con questa torre che si erge nel cielo e sovrastava l’intera citta’, prima che fosse superata dalle moderne costruzioni. E’ un lampo, un flash, una visione di notevole impatto, e subito sulla destra il nuovissimo e ultramoderno centro commerciale di Varsavia, preceduto dall’Hard Rock Cafe’: come dappertutto, insomma.

Dentro, decine, forse centinaia di negozi di tutti i tipi: di abbigliamento, con vasti assortimenti, di arredamento, alimentari, con tutti i marchi che siamo abituati a vedere dalle nostre parti; in modo da sentirci quasi come a casa nostra, in mezzo a tutto quello che gia’ conosciamo; non c’e’ nessun rischio di incontrare cose spiacevoli, di fare acquisti sbagliati: nessun rischio di incontrare in generale, di approciare qualcosa di diverso. Ma, quindi, perche’ viaggiare? Per comprare a cinque euro in meno un maglione, o un paio di jeans? Si’, puo’ darsi, forse e’ il turismo moderno, ma non volendo fare il nostalgico (di cosa poi? di un regime sicuramente illiberale? no, di un mondo in ogni caso diverso dal nostro), mi siedo su una panchina, accanto a pochi altri perditempo (forse non ancora inglobati da questa massa frenetica e velocissima, o forse semplicemente in sosta fra una tappa e l’altra di questo estenuante tour de force fra un acquisto e l’altro) e guardo tutti quanti, anche se nessuno ha tempo da perdere, ha tempo di guardarmi, sono tutti rivolti verso le vetrine. Penso che, si’, avete guadagnato in liberta’ (strano tipo di liberta’, come la nostra: chiunque puo’ dire cio’ che vuole, ma ho l’impressione che se mi mettessi a urlare nessuno si girerebbe, o forse si’, un’occhiata e via, “sono di fretta”), avete sicuramente guadagnato in denaro, avete guadagnato in luminosita’ degli ambienti, anche in qualita’ della vita, ma qualcosa abbiamo perso entrambi. Abbiamo perso l’occasione di conoscerci e di conoscere, di questo sono certo; abbiamo perso l’occasione di imparare, un modo di vivere, delle tradizioni, anche solo un modo diverso di fare il formaggio o di asciugare i panni; quello che vedo qui lo posso vedere a Milano, o a Roma, e’ tutto in scala, tutto uguale. Per terra c’e’ un peperone verde: non si sa chi l’abbia fatto cadere, non s’e’ degnato di raccoglierlo, nessuno lo ha raccolto al suo posto, nessuno lo vede probabilmente: e’ li’, ogni tanto la ruota di un carrello ci sbatte contro e tutto finisce li’. In un mercato quel peperone sarebbe valso molto di piu’, e magari la contadina mi avrebbe insegnato un nuovo modo di coltivarlo. Qui no, “tre zloty e cinquanta”, “grazie arrivederci” “arrivederci”, e spesso quell’arrivederci e’ mangiato dal rumore del nuovo cliente o a volte nemmeno pronunciato.

Mi sono seduto davanti a quest’immensa vetrata, stanco e sconsolato, e davanti agli occhi avevo il vecchio Palazzo della Cultura, quasi visivamente portatore di una cultura densa, troppo densa, molto probabilmente elitaria a dispetto della vocazione che avrebbe dovuto avere: e ho pensato che non sono passati solo vent’anni, e’ passato un sistema, una nuova visione. Non e’ rimpianto per un qualcosa che non abbiamo vissuto (e che probabilmente abbiamo avuto la fortuna di non vivere): e’ un rimpianto per un’occasione persa, di incontro e di uno sviluppo diverso, di un indirizzo lungo una terza via.

Oggi molte, moltissime persone mi hanno visto, ma credo che poche, pochissime, mi abbiano guardato; abbiano pensato chi fossi, da dove venissi, perche’ fossi li’: domande certo non obbligatorie, ma che e’ bello porsi, in una certa maniera anche giusto. Io ho ancora voglia di conoscere, di imparare, di andare in Polonia per ascoltare musica polacca e non Rihanna; di mangiare formaggi polacchi e non la mozzarella e di comprare un nuovo vestito di lana, tipico del sud della Polonia, che presi giusto cinque anni fa e che e’ ancora li’, inconfondibile: nessun maglione di Ralph Lauren, per quanto bello e costoso, lo potra’ sostituire.

                                                                                              Jan


3 Commenti

  • mi è venuta voglia di andare in polonia

  • Bravo Jan, bell’articolo. Condivido! p.s. scrivi qualcosa anche sui “gesti” di Bossi, please… ciao

  • Italiano a Varsavia

    Mentre leggo il tuo pezzo mi trovo seduto proprio mentre guardo il palazzo della cultura….io non so come fosse la Polonia 20 anni fa ma grazie alla Tv (di allora) e alla storia posso averne un’idea.Oggi Varsavia è una capitale che liberatasi del comunismo fa parte oggi del consumismo e in quel centro commerciale di cui parli tu,come in tutta la città la gente corre a tremila,nessuno si ferma a guardare e appunto la Polonia,l’Italia,e tutti gli altri 25 paesi dell UE tra 10 anni saranno come un unico grande calderone da cui attingere risorse e dove la diversità sarà vista come una debolezza e non come una virtù da esaltare,scoprire,conoscere,gustare e se non corri anche tu,in questa frenesia rischi di rimanerne fuori. Qualcuno disse che il rpogresso non va ermato e che il progresso va ricercato e perseguito ad ogni costo.Ma a quale costo????


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